"L'Irlanda è veramente un paese di sogno," dice Marco - mio nipote - e si gira verso la parete, addormentandosi soddisfatto.
Raccolgo il libro che stava leggendo: racconta di gnomi e folletti.
"Certo: nei verdi prati, dietro ogni cespuglio, sopra ogni albero, ovunque vivono creature fatate.
Stanotte verranno a giocare con te" gli bisbiglio in un orecchio, rimboccando le coperte.
Seduto sulla poltrona, apro il libro e lo sfoglio con più calma: da piccolo non ne avevo mai letto uno così sereno, solare, felice: forse un tempo non ne scrivevano.
Le mie fiabe erano popolate da orchi e streghe: presenze cupe e minacciose che mi seguivano nei sogni, ingigantite dal buio, nonostante il lieto fine che, fortunatamente, non mancava mai.
Avere paura dei sogni non è rassicurante, sei obbligato a costruirteli ad arte: predisporre, appena posata la testa sul cuscino, una trama a soggetto, una lista di personaggi, un finale piacevole.
Poi devi affidare il tutto alla notte, sperando che il gioco funzioni: chiudere la mente affinché nella stanza non entri una strega o un perfido mago, il gatto e la volpe o chissà quale altra oscura presenza.
Che fatica sognare..., che tormento il prendere sonno: lo rammento con ansia ancora adesso.
Intanto, in Irlanda, un giovane folletto posava cautamente i piedi fatati sul prato leggermente coperto di brina: era dalla sera prima che camminavano per raggiungere il luogo del Convegno.
"Perché tanta fretta ?" chiese al suo compagno di avventura.
La figura anziana, curva dagli anni ma piena di fatata vitalità, non lo degnò di una risposta; continuando a camminare con passo spedito, sfiorando solamente il tappeto d'erba che si estendeva a perdita d'occhio, inseguiva un punto lontano.
Laggiù la vegetazione sembrava diradarsi leggermente e si potevano immaginare, piuttosto che vedere distintamente, numerosi macigni di candida roccia affiorare dal terreno: enormi denti affilati cresciuti dalle gengive della terra.
"Ascolta... senti questi suoni, i rumori dei piedi che battono ritmicamente sulle pietre, i flauti ed i corni ? Presto, siamo in ritardo, il sole tra poco salirà dal mare... Presto, sbrighiamoci."
Al giovane folletto tutto ciò risultava confuso: intravedeva solo un lontano chiarore, i suoni erano troppo flebili e distanti per poterli discernere. Infine, dove stavano andando ? Cosa sarebbe accaduto ? Perché tanta fretta e proprio nel giorno più corto dell'anno ?
Aveva ormai rinunciato a chiedere spiegazioni: il vecchio era troppo assorto, troppo eccitato per prestargli attenzione.
In genere era sempre allegro e cordiale, almeno quando era in compagnia e oggi appariva ringiovanito di almeno cent'anni. Anche i suoi movimenti erano più rapidi e decisi, sembrava proprio un'altra persona: solo la sua proverbiale loquacità - che belle storie sapeva narrare e quante ballate gli aveva insegnato - lasciava oggi alquanto a desiderare.
Lo aveva incontrato esattamente sei mesi prima, appena lasciato l'involucro argenteo di cui sono ricoperti i folletti quando, fluttuando nel chiaro cielo delle sere d'estate, cadono, per sbaglio o destino, su questa verde terra.
Da allora aveva imparato tante cose: si era divertito a correre sui prati, a volare tra gli alberi, parlare con gli uccelli e giocare con i pesci, inseguendoli nelle acque gelide dei ruscelli montani.
Ogni volta il vecchio gli aveva fornito tutte le spiegazioni indispensabili: pazientemente gli aveva raccontato cosa era stato prima di lui e come avrebbe potuto legare per sempre a sé tanta felicità.
Le antiche leggende non avevano per lui più segreti: sapeva cantare a memoria ogni canzone della natura, ogni ballata degli gnomi, parlava ogni linguaggio di fiori e animali.
Ancora poco conosceva invece del Convegno: il vecchio era stato stranamente avaro di particolari.
"... un incontro tra creature del bosco, nel solstizio d'inverno... una semplice costruzione di pietra..., comunque un appuntamento a cui, se invitati, non si può mancare."
"Presto, più presto, dobbiamo arrivare prima che il sole sorga. Sbrighiamoci," incalzava ancora il vecchio; volgendosi ancora una volta a spronare il folletto, gli sorrise e, nonostante l'affanno, il suo viso era luminoso, tranquillo, colmo di tenerezza.
"Non credi che ormai le mie domande meritino una risposta ?"
Il vecchio si fermò quasi di scatto: "Perbacco: hai ragione credevo tu sapessi... - accidenti alla vecchiaia - ho dimenticato di spiegarti. Comunque aspetta, ancora pochi passi e la tua curiosità potrà trovare soddisfazione."
Dopo alcuni minuti entrarono in un bosco fitto e oscuro; il vecchio si fermò e, come se ogni premura fosse d'improvviso cessata, si sedette su un grande fungo viola.
"Adesso che siamo entrati nel cerchio magico del bosco possiamo riposarci. Da qui sono in grado di governare il movimento del sole."
Estrasse dalla tasca una piccola candela annerita, l'accese guardandola intensamente, la pose su un sasso e disse: "Ho ancora il tempo segnato da questa fiammella: parliamo."
Il folletto trasalì meravigliato: appena accesa la candela, come d'incanto, tutte le sue domande trovarono una risposta, tutto risultava chiaro e naturale. Non aveva più bisogno di parole, sentiva crescere in sé tutte le conoscenze, l'essere stesso del vecchio stava penetrando pian piano in lui.
Nonostante ciò, fu molto piacevole ascoltare le sue parole scorrere lentamente.
"Nel giorno più corto dell'anno, quando il sole sembra sul punto di sparire, la forza vitale della terra riprende a fluire e ad infondere nuova vita alla natura addormentata."
"Sul luogo del Convegno vedrai, incisa sulle candide pietre, una tripla spirale, simbolo di vita perpetua: il ciclo cosmico della morte e della vita. La spirale entrante rappresenta il viaggio nella morte, quella uscente la nascita; l'intermedia, collegandole, ne descrive la continuità."
"In questa semplice e perpetua fluttuazione sono contenute la vita e la felicità dell'universo."
Gli sorrise: scese dallo scranno e la candela si spense in un sottile filo di fumo. Lentamente si allontanò dirigendosi verso lo spiazzo attorniato dalle enormi pietre bianche.
Chinandosi, entrò nella stretta apertura tra le rocce: appena fu sottratto alla sua vista, il sole apparve dal mare.
Un raggio splendente trapassò il cerchio di alberi ed entrò come un fulmine nella stretta fessura.
Il cumulo di sassi si incendiò come una torcia e il suo cuore fu improvvisamente ricolmo di vita.
"Nonno, nonno ..." sento chiamare da lontano, molto lontano.
"Marco, non avere paura: si è semplicemente spenta la candela. Adesso tocca a te riaccenderla..."
Un sospiro e, finalmente tranquillo, inizio davvero a sognare.

di Alessio Robotti