Lo aveva cercato allungo.
Meticolosamente.
Ogni dettaglio corrispondeva: il modo di camminare, la forma dei suoi occhi, perfino quel particolare modo di gesticolare alla rinfusa inseguendo il fluire delle sue stesse parole. Era perfetto.
Lo aveva capito non appena lo aveva visto appoggiato allo stipite della sua porta d’ingresso: le mani affondate nelle tasche di un paio di vecchi jeans sbiaditi, l’impermeabile slacciato che incorniciava una figura magra, quasi scarna, gli occhiali da vista appoggiati sulla punta del naso adunco, quegli occhi che sembravano capaci di attraversarti tanto era profondo lo sguardo che celavano, le sue parole così semplici, precise, garbate, riflesso, indubbio, di un animo nobile.
Alla fine del lungo ed impervio viaggio della sua vita lo aveva trovato.
Il giovane aveva bussato alla sua porta per proporgli un abbonamento ad una sorta di rivista letteraria gestita ed interamente finanziata dall’editoria del vicino campus universitario.
L’aveva invitato ad entrare ed ad accomodarsi sul divano; il ragazzo si era dimostrato entusiasta dell’idea, era entrato con foga, continuando a descrivere dettagliatamente l’offerta editoriale, perorando la serietà ed il duro lavoro dei suoi amici e colleghi della facoltà di giornalismo.
Markus lo aveva fatto sedere sul grande divano di pelle, lo aveva ascoltato per qualche minuto, poi aveva iniziato a fargli garbatamente una serie di precise domande alle quali il giovane aveva risposto con zelo e serenità.
Si chiamava Joseph, aveva da poco compiuto ventiquattro anni, stava preparando una tesi di laurea sul Golden gate, non era fidanzato e non lo era neppure mai stato seriamente; sì, credeva nella famiglia e nei valori di antico retaggio, la sua, gli spiegò sorridendo, era una famiglia semplice, il padre era un commerciante e la mamma una casalinga che avevano cresciuto con molta fatica quattro pargoli che ora avevano tutti intrapreso la loro strada.
Non covava sogni di gloria, ma ambiva a diventare un buon giornalista, imparziale, dedito alla verità ed alla ricerca della medesima.
Markus ascoltava estasiato, il suo fiuto non lo aveva ingannato, dopo tanto peregrinare la sua odissea era alla fine approdata alle spiagge di Itaca.
“Vuoi un caffè?” gli chiese cortesemente.
“Sì, è da stamattina che giro per la città, se non è di troppo disturbo un bel caffè all’italiana lo gradirei davvero”.
Markus sorrise benevolo, si lisciò la lunga barba bianca e si diresse vero la cucina.
Joseph, solo nella stanza, si guardò un po’ intorno incuriosito.
“Noto che la sua biblioteca è molto fornita” disse a voce alta per farsi sentire.
“Puoi curiosare fra i miei amici, è così che chiamo i libri, gli amici con cui passo metà delle mie notti insonni da vecchio solitario”.
Joseph si alzò e si diresse verso gli scaffali.
“Quanti testi religiosi” aggiunse scorrendo con l’indice la rilegatura di alcuni volumi “quasi tutti riguardanti la morte e l’aldilà, interessante”.
“E’ l’argomento principe degli anziani” aggiunse Markus tornando con un vassoio sul quale erano poggiate due tazze fumanti, ne porse una al ragazzo e si sedette accompagnando il gesto con una piccola smorfia di dolore.
“Sai quando il grande salto si avvicina, ci si rende conto che della nera signora con la falce si sa drammaticamente troppo poco”.
Joseph sorrise imbarazzato.
“E’ un argomento che non mi ha mai interessato più di tanto” disse accompagnando la frase con un rapido cenno della mano.
“Non ti sei mai fatto domande sulla suprema incognita? Non ti sei mai soffermato a riflettere, a fantasticare su cosa ci attende dopo?”.
“No, veramente no. Non ho avuto una vera formazione religiosa, i miei avevano altro a cui badare, troppo presi dalla quotidiana battaglia con le bollette da saldare per perdersi in elucubrazioni filosofiche; io sono agnostico, credo che esista un dio, ma non mi pongo la questione su quale nome dargli, e non sapendo ancora bene cosa mi riserva il futuro prossimo, non avuto modo di interrogarmi su quale sarà quello remoto”.
Risero.
“Bevi il tuo caffè prima che si raffreddi” lo esortò Markus.
Joseph sorseggiò per alcuni secondi il liquido scuro e bollente dalla tazzina, poi si portò le mani alla testa.
“Non credo di sentirmi molto...” sussurrò e si accasciò sullo schienale del divano privo di sensi.
“Bene” uggiolò il vecchio.
Velocemente prese la tazza dalle mani del ragazzo.
Lo issò in piedi con estrema fatica, era magro, ma pur sempre venti centimetri più alto di lui, ed almeno cinquant’anni più giovane.
Lo appoggiò vicino alla porta d’ingresso incastrando le sue spalle nell’angolo del muro, nella speranza che non rovinasse sul pavimento.
Prese le chiavi della macchina dal gancio vicino alla cucina, si infilò in tasca un libercolo che aveva tratto dal fondo di un cassetto, si riappoggiò il ragazzo sulla spalla destra cingendogli la vita con il braccio, ed uscì.
Entrare in ascensore fu relativamente semplice, trasportare il giovane fino alla macchina, aprire la portiera ed infilarlo sul sedile del passeggero, gli costò quasi tutto il fiato che aveva in corpo.
Guidò canticchiando un vecchio inno sacro che aveva imparato da piccolo nella chiesa battista frequentata assiduamente dai suoi genitori. Il ritornello diceva più o meno così: “quando mi accoglierai nei prati celesti, vivrò in eterno al tuo fianco o Signor”.
Svoltò per una stradina angusta, la cui pavimentazione era costellata di buche ampie, dopo aver attraversato un breve tratto sterrato, giunse in prossimità di una piazzola dove una serie di macchine parcheggiate dai vetri appannati e dal sussultare caratteristico, gli diedero il ben venuto; parcheggiò di fianco ad una vecchia station wagon, dove una coppietta troppo intenta a badare ai fatti propri, non dette alcun peso al panciuto signore dalla folta barba candida ed al magro giovanotto che l’anziano stava trasportando trascinandolo per le gambe, nel casolare diroccato a pochi metri di distanza.
Markus entrò nella casa disfatta, trasportò Joseph in un angolo della stanza buia poi si avvicinò al piccolo tavolo di fianco all’entrata, ed accese le candele che aveva lasciato molte sere prima, infilate un vecchio candelabro di ferro.
La luce tremula e dapprincipio insicura rischiarò l’ambiente.
L’ampia sala era vuota, alcune finestre sprangate con delle assi di legno marcio bucavano la continuità del muro sulla destra, un piccolo uscio senza porta immetteva in un locale adiacente sulla sinistra, un lampadario con i fili della luce divelti pendeva triste ed immobile dal soffitto.
Al centro del pavimento Markus, quasi un anno prima, aveva disegnato una sorta di stella a sei punte, con un cerchio rosso nel mezzo; ai sei vertici delle lettere ebraiche sembravano formare una parola aliena, simboli simili alla scrittura ieratica si snodavano a spirale tutto intorno al singolare disegno.
“Ci siamo” sussurrò Markus.
Si sedette sul pavimento di fianco al ragazzo ed estrasse dalla tasca un lungo coltello affilato.
Si guardò attorno con aria solenne.
Esattamente un anno prima aveva scoperto quel posto.
Era isolato, tranquillo, sperduto; l’ideale per mettere in pratica il rito.
Già, il rito, l’unica cosa che aveva alimentato il fuoco delle sue notti; la risposta alla domanda che lo assillava da quasi quattro anni, da quando i medici gli avevano diagnosticato una forma lenta, ma letale di leucemia.
Lo aveva trovato in un antico libro di magia, uno dei tanti volumi sullo spiritismo, la reincarnazione, l’immortalità, il satanismo, che aveva acquistato nella spasmodica ricerca di una risposta.
Aveva vagato per biblioteche, congreghe di sette, maghi, pseudo alchimisti, medium, ma a nulla era valso. Nessuno sapeva, nessuno spiegava, nessuno conosceva le risposte, nessuno ascoltava realmente le domande.
Poi l’illuminazione.
Ma come attuarla?
Un luogo, questa era la prima cosa richiesta dal rituale, un luogo sicuro, inviolato da anni, un luogo da santificare, in cui recitare complicate formule ed in cui meditare.
Lo aveva trovato, da dodici mesi a quella parte quel vecchio casolare abbandonato era diventato la sua seconda casa; aveva recitato i complicati scioglilingua, si era ritirato nel silenzio profondo della meditazione, aveva creato il suo altare.
Un essere umano che fungesse da tramite.
Un essere umano puro, giovane, sano, ignaro.
Dove trovarlo?
Aveva vagabondato per strade solitarie, per luoghi affollati, aveva spiato i volti dei ragazzi fuori dalle scuole, nei sagrati delle chiese, ma tutto ciò che aveva letto nei loro occhi era indifferenza, cinismo, scaltrezza, solitudine, caratteristiche che li rendevano inservibili al suo scopo.
Ma Joseph era diverso.
Nei suoi occhi aveva scorto quella scintilla di bene che lo rendeva il candidato ideale; non lo conosceva, ma era certo che la raffinata sensibilità che il suo spirito aveva conquistato nelle ore di meditazione, non potesse trarlo in inganno; era il suo uomo.
Gli accarezzò la fronte e lo pugnalò al cuore.
Il giovane ebbe solo un leggero sussulto, si girò appena su un fianco ed emise un lungo sospiro.
Markus scattò in piedi, prese il libretto dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo aprì ad una pagina segnata e sgualcita ed iniziò a recitare una lunga cantilena monotona in una lingua dimenticata.
Al centro della stella una luce fioca prese corpo, dapprima flebile, poi intensa, quasi sfavillante; un volto cereo, dagli occhi vacui e spettrali che assomigliava all’uomo appena spirato, apparve evanescente, sospeso a mezz’aria, attonito.
Markus caddè sulle ginocchia.
“Allora è vero” singhiozzò “parlami, spirito, sono io che ti ho imprigionato”.
Il volto si contrasse ed urlò, un grido muto che fuoriuscì da labbra trasparenti, un sibilo di odio e di disperazione.     [ avanti » ]

di Vampire