Ero in una stanza d’albergo al 15° piano con la mia bottiglia di birra e il cadavere di una povera prostituta disteso sul letto, con la testa rivolta verso la porta e le gambe poste verso il mio scrittoio accanto alla finestra. Ero lì seduto, a rimembrare la mia vita, o per essere più pignoli, le mie vite, le mie due vite. Stavo appoggiato con un gomito sullo scrittoio e con l’altro penzolante tenevo la mia fedele amica birra; non avevo più amici e non m'interessava trovarne di altri, perché avrebbero fatto tutti la stessa fine di quella battona che aveva avuto solo la sfortuna di incontrare me quella stessa sera.(Solo un amico mi era possibile avere perché non c'eravamo mai incontrati e i nostri rapporti erano legati alle epistole.) La guardavo e mi faceva schifo quello che avevo fatto, di come l’avevo sbudellata e di come avevo cenato con le sue intestina e bevuto con suo sangue infetto e sudicio dell’odore della morte, sì perché lei non lo sapeva, ma aveva solo pochi mesi di vita; il suo lavoro le aveva a
poco a poco tolto tutti gli anni rimanenti e poi quella droga (quanto odio tutti quei pazzi che si accorciano la loro inutile ma pur sempre umana vita per una dose di piacere inesistente) avrebbe fatto il resto. Si, avevo sentito nel suo respiro l’odore della morte che incombeva sulla sua testa e per questo l’avevo scelta in mezzo a tutte le altre, per il semplice eppur meschino fatto che lei stava per morire; ah la morte, la morte vera, chissà com’è la vera morte fisica, quella che io fino ad oggi non ho potuto provare. Mille pensieri e immagini orribili e indicibili del mio passato di cacciatore mi affioravano, eppure non era la prima volta che provavo questo senso di vuoto e di tremore che già in passato avevo sperimentato nelle mie prime notti d'adepto. Eppur sono sicuro che anche se avevo represso questi incubi disumani, ogni notte, inconsciamente li rivivevo nei miei sogni di morto apparente. Ancora vivi in me erano tutti questi anni passati sulla terra degli uomini di cui io non mi vedevo più già da
tempo appartenente, e vive in me erano tutte le vittime del mio abominio. In ogni caso non mi restava molto tempo, dovevo finire quello che avevo fatto e in fretta prima che la mia codardia avesse ripreso il sopravvento sulla ragione e prima che “loro”, i discepoli del mio creatore, mi avessero trovato e riportato da lui. Dovevo finire al più presto la mia storia ma per far questo dovevo rileggerla: “Quello che sto scrivendo può sembrare incredibile e sovrumano, ma mai nella mia vita la lucidità mi ha accompagnato come oggi. Il mio nome è ricordato nelle storie popolari come il nome di un barbaro folle che uccise i suoi uomini in un castello sui Balcani in preda ad un raptus di follia e che prima si faceva chiamare “Duncan il forte”, generale della più potente armata di mercenari che aveva servito l’impero germanico del secolo XIII. La mia storia potrebbe cominciare proprio così, dagli splendori della mia vita militare alla sporcizia della mia vita di Nospheratu. Ricordo con vivezza, come se fosse stato pochi attimi fa, quella notte, la notte delle beffe e dell’apparizione del diavolo che mi diede la mia seconda vita: Era notte, una gelida notte di fine autunno. Io e il mio seguito avevamo avuto da parte dell’imperatore, l’ordine di appostarci su un vecchio rudere di castello presso i Balcani e di aspettare i rinforzi del giorno dopo, per sferrare un attacco lampo verso le piccole tribù di barbari che erano
site a sud-est dell’impero. Doveva essere un lavoretto semplice e remunerativo, ma ancora non era chiaro in me, nei miei uomini, il motivo per il quale l’imperatore aveva scelto la sua migliore squadra per un lavoretto di pulizia così semplice. Solo durante la marcia, ascoltando le chiacchiere di due dei miei uomini d'origine germanica, capii che il motivo della scelta del nostro superiore era legato a storie di demoni delle leggende popolari dell’est germanico. Al sentire quelle che per me erano semplici stupidaggini di poveri rozzi bifolchi, diedi l’ordine del silenzio alla mia truppa, perché sapevo che la superstizione era cattiva accompagnatrice dei soldati e che ci sarebbe voluto poco per mettere timore ad una schiera di possenti uomini senza cervello. La cosa più difficile fu addentrarsi nell’intricata foresta che faceva da confine fra l’Impero e i Balcani, la famosa foresta nera, che d'altronde aveva preso il suo nome dalla difficoltà che aveva perfino la luce di arrivare a baciare il suolo umido
e paludoso di cui era fatta. All’uscita dovemmo camminare per qualche chilometro per arrivare alla vetta di un’imponente montagna dove si trovava il nostro bersaglio. La salita doveva essere per noi una passeggiata al chiaro di luna, ma man mano che eravamo sempre più vicini alla vetta una leggera nebbia ci accompagnava e più si saliva, più diventava fitta fino al punto di rendere inutilizzabile la vista. Camminavamo alla cieca restando vicini gli uni con gli altri per non perderci nella via. Ormai erano ore che camminavamo nel buio completo senza capire dove ci trovavamo e senza nessun punto di riferimento, ma quando le speranze erano ormai venute a mancare, in lontananza scorgemmo una sagoma imminente che cominciava a diventare sempre più chiara man mano che ci avvicinavamo. Ed ora era lì, davanti a noi la nebbia cominciò a farsi sempre meno fitta lasciandoci la vista di un imponente castello che non sembrava affatto disastrato, tranne per una facciata che era stata buttata sicuramente a terra durante
una guerra che non è mai giunta alle orecchie del mondo civilizzato. Alla vista del muschio che si era formato sulle macerie, mi venne il dubbio se l’uomo fosse già esistito quando quella guerra sfregiò quel castello.
Il nostro compito era stato portato per metà a termine; non ci rimaneva che accamparci e aspettare i rinforzi. Misi cinque dei miei uomini più fidati a fare la guardia e diedi l’ordine di darsi il cambio ogni tre ore. Dopodiché mi misi a dormire su quelle vischiose mattonelle del pavimento del grande salone all’entrata della reggia e mi convinsi di avere sonno, cosa che in verità mi passava come ultimo pensiero nella testa perché pensavo ancora a quel lato del castello distrutto, pieno di muschi e odori che non avevo mai visto e annusato nella mia vita, e in testa mi faceva venire i brividi il pensiero di quelle superstizioni di cui parlavano i miei uomini e che vedevano questo castello la reggia di un demone, Molhock, un demone esiliato dall’inferno perché amava uccidere i suoi simili e che arrivato sulla terra cavalcava enormi rettili alla ricerca del sadico divertimento di uccidere e infliggere dolore a tutte le creature del globo, col solo intento di scatenare nuovamente il bene contro il male in una guerra
che avrebbe squarciato il cielo e le stelle a metà. Se ho sentito bene, Molhock non riuscì nel suo intento perché gli Dei della Terra mandarono un loro guerriero che entrò con la forza e rinchiuse il demone dentro le mura della sua dimora con un sortilegio che gli impedì di uscire. Il pensiero di queste leggende mi fece perdere completamente il sonno e ad aiutare l’insonnia si ci mise anche uno strano rumore che mi fece sobbalzare da terra. Mi alzai di scatto e camminai nella direzione da dove era venuto quel suono sgradevole. Il mio udito mi portò a percepire che il rumore venisse da fuori, ma arrivato all’esterno tutto tacque e l’atmosfera era immersa in un delirante silenzio. Nemmeno le foglie che fino a poco tempo prima frusciavano accompagnate dal gelido vento autunnale producevano più rumore. Tutto era quiete, una gelida quiete di cimitero.
Osservando tutto il perimetro esterno non vi era nulla che mi avesse potuto insospettire e i miei pensieri offuscavano tutto quello che avrei dovuto notare prima: i miei uomini, che fine avevano fatto i miei uomini di guardia? Cosa stava succedendo? Forse un attacco da qualche gruppo barbaro o stavo solo sognando tutto? Rientrai di corsa e tutti i miei uomini dormivano a terra in un sogno quieto e ristoratore, ma mancavano ancora i miei ragazzi della guardia. Poi ad un tratto un brivido mi percosse e per qualche attimo sentii come se il mio cuore si fosse fermato per lasciar spazio al rumore sordo di quel silenzio anormale che ricopriva tutto il castello. Il silenzio non durò molto perché fu presto invaso dallo stesso rumore che avevo udito prima, lo stesso rumore che veniva da fuori, solo che stavolta veniva dall’interno, dalle stanze superiori del castello. Mi abbassai come per svegliare due dei miei uomini, ma tutto era vano, come se fossero caduti in catalessi. Mi alzai, mi feci forza e come per dimostrare
a me stesso d'essere quel gran condottiero che tutti adulavano, mi strinsi le spalle, armai la mia mano della mia fedele spada e salii per le scale fino a dove erano illuminate dalle luci delle lanterne che avevamo portato.     [ avanti » ]

di Ian Valek