[ « indietro ]     Facemmo un'altra ventina di metri in avanti dove, dietro un alto cespuglio di more, riuscì a scorgere diversi fabbricati vecchi e decadenti, dopo altri passi nella stessa direzione, capì finalmente dove effettivamente eravamo diretti e non me ne meravigliai più di tanto, un cimitero non era certo il luogo più eccitante esistente sulla faccia della terra, ma viste le peripezie trascorse per arrivarci, non potevamo mica trovarci al "Circolo culturale amanti della poesia toscana del '700". Così come avevo già fatto fino ad allora, continuai a seguirla senza batter ciglio. Attraversammo per intero il cimitero, con il solo rumore dei nostri passi sul selciato a nascondere il silenzio della notte, lei mi guidò verso una costruzione di pietra simile ad una torretta che si trovava in fondo alla strada e spingendo in giù la maniglia, aprì la porta come se il pensiero che potesse essere chiusa a chiave non le avesse mai sfiorato la mente. Entrò ed io le fui subito dietro. Odore di chiuso e di animali morti in putrefazione
mi schiaffeggiò non appena varcai la soglia facendomi barcollare. Non fui più sicuro di voler essere lì in quel momento. Lei mi girò attorno portandosi dietro le mie spalle in uno scricchiolare di foglie secche, chiuse la porta e fu di nuovo buio. Rimasi in piedi immobile, sentendomi i suoi occhi addosso, sicuro che riuscisse a guardarmi nonostante tutto intorno era il nero più totale. Mi prese una mano ed io sentì la sua gelida, ma nonostante questo, il contatto con lei riuscì a farmi passare il desiderio di essere in un altro posto. Mi accompagnò per delle scale dirette verso il basso (fu proprio accompagnarmi quello che fece con me, come quando si prende un bambino piccolo per mano e lo si fa attraversare la strada in un incrocio con traffico particolarmente intenso). Mentre scendevamo scorsi davanti agli occhi una fioca luce rossastra che mi ridonò la vista, entrammo in un ampio salone e lì vidi un fuoco, non era grosso, ma il suo crepitare faceva pensare ad un incendio. Al centro della sala c'era
un sarcofago chiuso, mi avvicinai spaventato, non so come, ma sapevo cosa avrei trovato al suo interno, ma non riuscivo a fermarmi, dovevo vedere. Avanzai in un lento schiacciare di foglie, insetti ed ossa umane, m'inginocchiai alla bara e presi ad armeggiare con i lucchetti polverizzandoli con la sola pressione delle dita, come fatti di zucchero velato, alzai il coperto e vidi che cosa c'era al suo interno. Era Michele il mio amico, morto, con gli occhi vuoti che fissavano i miei. Il viso era tumefatto e la bocca raggrinzita, sembrava deceduto da anni, tanto era lo stato avanzato di decomposizione e il puzzo che emanava. A un tratto parve sorridermi e solo questo mi fece gridare. Mi buttai all'indietro incespicando su ciò che ricopriva il pavimento e mi voltai verso quella che era senza ombra di dubbi, l'assassino del mio amico, ma lei era sparita. Tornai a voltarmi verso il sarcofago e la trovai lì che riposava sonni eterni dove, solo un attimo prima mi era parso averci visto sorridere defunto, uno dei
miei migliori amici.
Mi avvicinai per vederla meglio e le sue braccia mi circondarono il collo attirandomi a se. Iniziò a cambiare invecchiando sotto il mio sguardo, gli occhi esplosero all'esterno e la pelle le si sciolse, lasciando spazio ad un bianco teschio dalle orbite vuote, i capelli divenuti grigi presero a cadere, facendomi pensare ad una cascata argentea di acque follemente inquinate dallo scarico di detersivi industriali. Nonostante fosse ormai solo un mucchio d’ossa, non riuscivo a staccarmi dalla sua presa, e urlavo, urlavo ed urlavo come un forsennato, cercai di buttalmi a terra, ma riuscì solamente a finire carpioni, rovistai freneticamente con le mani sul pavimento e finalmente trovai qualcosa che doveva essere un pezzo di legno. Colpì con veemenza verso colei che mi stringeva, percependo solo in un angolo lontano della mia mente che si stava sbricciolando sotto la violenza con cui stavo battendo, ma non mi lasciava. Mi accorsi che in mano avevo un osso e non un bastone, doveva essere forse un arto, sicuramente umano
e gridai di disgusto, lo lasciai cadere e mi sporsi quanto mi fu più possibile tirando coi tendini del collo che gridavano la loro sofferenza; il sarcofago si rovesciò lasciandone il contenuto cadermi addosso, come un cane mi lanciai terrorizzato e finì contro il fuoco, anzi dentro di esso, ormai ero consapevole che nonostante la mia bocca fosse spalancata e la mia mente urlasse, non emettevo alcun suono diverso da quello che poteva sembrare un latrato, mi rigirai più volte sul pavimento incurante delle fiamme che si andavano propagando. Sempre gomiti e ginocchia mi avviai verso le scale ma il fuoco, alimentato dalle foglie e dagli insetti morti fu presto un incendio e mi sbarrò la strada: sarei finito arrostito come qualsiasi capretto o galletto ruspante, con la pelle che mi si sarebbe squagliata dal corpo e il sangue che sarebbe bollito nelle vene fino ad esplodere insieme agli occhi che avrebbero avuto come ultima espressione quella del terrore. Lei voleva portarmi con se come già fece con Michele
e non so con quante altre persone prima di lui, forse da me avrebbe preso energia per continuare a vivere, non ho una risposta per questo e per nient'altro, non so nemmeno come cavolo abbia fatto ad uscire da quella cripta, ricordo solo che correvo come un pazzo per il sentiero vegetale che avevo già percorso all'andata, incurante delle zampate graffianti dei rami e delle sonore risate che giungevano dalla direzione inversa a quella in cui stavo andando. Arrivai a casa quando oramai iniziava a sorgere il sole e da allora non ne sono più uscito fuori.

Mi sta chiamando mamma, vuole sapere se vado a mangiare insieme a lei, papà è morto cinque mesi fa a causa di uno stupido infarto ed io sono tutto ciò che le rimane, povera donna, ma le ho detto mille volte che non deve disturbarmi quando sto scrivendo, ora andrò a dirle qualcosa, poi tornerò per i saluti.
Credo che d'ora in avanti mamma non verrà più a darci fastidio, soffriva troppo povera donna, la morte di papà l’aveva distrutta e adesso comunque non avrà più da preoccuparsi, l'ho mandata a fargli compagnia e se non avessi un appuntamento, sarei andato anch'io da papà riunendo così la nostra bella famigliola, ma non posso proprio, lei sta tornando a prendermi ed io la sto aspettando, odia chi fa tardi agli appuntamenti e questa volta non ho alcuna intenzione di falmi attendere.

Mamma sta gridando agonizzante, non devo essere stato molto bravo prima, quindi dovrò rialzalmi per finire il lavoro, non mi piace sentirla soffrire, santa donna, un altro lamento e mi metto a piangere, quindi vi saluto adesso lasciandovi pensare di me quello che volete, se per voi io sia pazzo oppure no, non penso potrà cambiare oggi come oggi il mio destino e sinceramente, non capisco nemmeno perché cazzo ve l’ho scritta questa storia, comunque ora l'ho scritta e chi se ne frega.


Termoli, 23 Gennaio 2001
di Sebastiano Cannarsa