Luisa accompagnò sua figlia Rebecca dalla nonna. Era lei che se ne occupava quando al negozio doveva fare il turno serale. si avvicinavano le feste natalizie e quindi le toccava più spesso del solito lavorare di sera. Ma la bimba era sempre felice di andare da nonna Edvige, e sua madre era altrettanto contenta delle serate passate con la nipotina. Sembrava che non ci fosse alcuna differenza di età tra loro. Oto anni sua figlia, più di settanta sua madre, eppure quando erano insieme erano così affiatate, così in sintonia. come se oltre alla consanguineità le legasse qualcosa di più profondo e misterioso.
Quella sera in particolare Rebecca non vedeva l'ora di raccontare alla nonna il nuovo programma di letture per bambini, organizzato dalla biblioteca del quartiere, e al quale partecipava con il consueto entusiasmo. A dire il vero sua figlia si appassionava facilmente a qualsiasi novità salvo poi stancarsene ben presto, ma questa volta era più partecipe del solito.
- Chissà che questo nuovo progetto le faccia amare un po’ di più lo studio! - si sfogò Luisa con sua madre.
- Alla sua età non eri molto attaccata alla scuola nemmeno tu, farti studiare era un'impresa titanica, quindi dovresti essere più tollerante con tua figlia - La rimproverò Edvige - comunque se ha trovato qualcosa che la stimoli ad apprendere, molto meglio. Ora vai, o farai tardi. Ci mancava pure la neve. E tu signorina, vieni a darmi una mano a preparare la cena? Così intanto mi racconti le tue nuove avventure.
- Nonna, dovresti venire anche tu. Sai la biblioteca vecchia, quella in fondo al Vicolo Augusto, tra i magazzini vuoti? Il preside ha detto che il Comune, dopo tanti anni dall'incendio che l'aveva parzialmente distrutta, la vuole ristrutturare e intanto, visto che ci sono delle aule e salette vuote ancora in buono stato, viene utilizzata per fare dei corsi. Pittura, ceramica, lingue. Per i bambini delle elementari c'è quello di lettura. Sal la prima volta ho avuto un po' di paura a passare in quei corridoi bui, polverosi, e anche ilstro insegnante, il signor Arcangel, mi sembrava un po' strano, così pallido e triste, con quegli strani occhiali scuri. Ma quando ha iniziato a leggerci quelle fiabe, con quella voce così dolce... Sono storie che non ho mai sentito ma è come se entrassero in noi e contemporaneamente noi fossimo dentro a loro. Vorrei non smettesse mai di raccontare, continuerei ad ascoltarlo per sempre, e mi sento così bene, così felice. non è meraviglioso, nonna? Nonna, ma che cos'hai?
La piccola scuoteva la nonna ma Edvige sembrava in trance.
Ascoltava la nipote e allo stesso tempo le sembrava di sognare.
Era come se quello che le stava raccontando la piccola Rebecca lei lo avesse già vissuto... e d'improvviso ricordò.
Erano passati tanti anni. A quell'epoca Edvige aveva la stessa età di Rebecca. Un gruppetto di dodici ragazzini dai sei agli otto anni si riuniva due volte la settimana, verso il tramonto in una piccola e polverosa stanza della vecchia biblioteca, per seguire le lezioni di lettura del signor... Edvige non riusciva a ricordare il suo nome. Rammentava solo che lo aveva soprannominato signor Ombra. Era un tipo piuttosto scialbo, un viso pallidissimo dove spiccavano le labbra di un rosso intenso e con i denti canini leggermente più lunghi della media. Portava i capelli, ormai bianchi, lunghi sulla nuca e indossava un paio di occhiali scuri che toglieva quando iniziava a fare buio, scoprendo degli occhi azzurro chiaro, quasi trasparenti. Ma quando, con la sua voce profonda e carezzevole, iniziava a raccontare quelle storie affascinanti, coinvolgenti, ammalianti, sembrava diventare un altro.
Sembrava che anche tutto il resto cambiasse. Come se fosse riuscito a trasportare l'intero gruppo in un altro mondo, un mondo dal quale era ogni volta più difficile tornare.
I ricordi sembravano sommergere Edvige, non riusciva più a fermare quelle immagini che si riaffacciavano nella sua memoria.
Anche quella sera di tanti anni prima nevicava. La sua mamma non voleva accompagnarla alla lezione con quel tempo, ma lei aveva tanto insistito che alla fine l'aveva convinta. Erano in ritardo, di sicuro avevano già iniziato senza di lei. Arrivata sulla porta d'ingresso salutò in fretta la mamma e corse lungo tutto il corridoio per raggiungere gli altri. Ma più si avvicinava alla stanza più si sentiva a disagio. C'era un silenzio spettrale che le penetrava fin nelle viscere. Si fermò quasi di colpo. Poi, lentamente, si avvicinò alla porta dell'aula con il cuore che le batteva all'impazzata guardò dentro.
Il signor Ombra era in piedi al centro della stanza, sembrava ancora più pallido in viso, quasi bianco. Le azzurrissime iridi erano ora contornate di rosso. Un sorriso malvagio deformava le sue labbra, dalle quali uscivano quegli strani canini, diventati lunghissimi che... grondavano sangue.
Edvige che il signor Ombra teneva per mano Gabriele, il suo amichetto preferito, ma che anche lui era diventato così strano.
Era certa che fosse Gabriele ma non sembrava più il Gabriele che lei conosceva. Aveva lo stesso pallore del signor Ombra, gli stessi occhi spiritati.

Edvige sentiva in lontananza la nipotina che la chiamava e una parte di lei si sforzava di tornare al presente, ma era come cercare di interrompere la piena di un fiume con un muretto di mattoni.
I terribili ricordi che per tanti anni era riuscita ad accantonare in chissà quale recesso della sua mente, premevano per tornare alla luce.
Il volto di Gabriele e quello del signor Ombra si sovrapponevano, talmente somiglianti da sembrare la stessa persona.
Il signor Ombra, labbra e denti lordi di sangue, guardava fisso a terra.
Tremante, anche lei diresse lo guardo verso il pavimento e inorridì vedendo a terra nove piccoli cadaveri esangui, come tante bambole di pezza abbandonate da un bimbo stanco di giocare con loro. Rabbrividendo si avvide di Gabriele che si stava chinando sull'ultimo amichetto ancora vivo.
Un ghigno feroce gli stava trasfigurando il cereo viso quando affondò i canini nella tenera carne del collo, risucchiando con il sangue l'ultimo palpito di vita.
risollevandosi dal cadavere, Gabriele si passò la lingua sulla bocca per ripulirla del sangue che gli stava colando sul mento e sugli abili. intanto iniziò a girare intorno uno sguardo bramoso, come alla ricerca di nuove prede. Per un attimo, quegli occhi affamati sembrarono scorgerla nel vano della porta.
In preda al manico Edvige scappò a ritroso fino alla porta di ingresso. Era senza fiato, il cuore le batteva all'impazzata.
Appena fuori si girò a guardare verso la finestra dell'aula che aveva appena lasciato e vide altissime lingue di fuoco che uscivano e tra il fumo le sembrò di scorgere due nere figure, una alta una più piccola che fuggivano.
Svenne lì, in mezzo alla neve. E così la trovarono i soccorritori, considerandola molto fortunata per essere riuscita a salvarsi. I giornali, il giorno dopo, parlarono a lungo degli altri undici bambini e il loro insegnante coinvolti nell'incendio, dei quali non riuscirono a trovare che pochi, miseri resti.
Edvige allora, pur interrogata, continuava a ripetere di non ricordare nulla.
Ma ora, dopo il racconto di Rebecca rivide chiaramente le due figure e ricordò anche una frase portata dal vento:
- Ora questo potere è tuo sei tu il mio erede.


autrice                                    
Manuela Furlan