Nell’aria c’è odore di morte, questa notte. Si mescola all’odore dell’adrenalina, l’ansia si agita nel mio petto mozzandomi il respiro, e la paura cresce con lei impregnandomi i muscoli.
  Ecco laggiù la villa. La sua sagoma antica e imponente domina la collina e finalmente il mio arrancare solitario tra questi alberi rinsecchiti e contorti avrà termine. Mi lascerò questa selva morta e annerita alle spalle e comincerà la caccia.
  Sono arrivato al giardino di fiori morti e aiuole bruciate. Hanno tentato di tutto per espugnarla, ma nemmeno il fuoco può estinguere una cosa del genere. L’odore di zolfo appesta ancora l’aria anche se il rogo non è stato recente. Non è facile arrivare qui, in questa zona ai confini delle Terre Urbane, fuori delle ciclopiche mura della Metropoli, dove queste aberrazioni hanno cercato rifugio, sperando di sfuggire alla longa manus della Scienza. Ma una volta creati mostri e una volta che questi si ribellano al giogo loro imposto, la stessa Scienza li lava via, proprio come si fa con le macchie di sangue su un tavolo operatorio dopo un esperimento di vivisezione.
  Il parallelo mi fa tornare in mente dei ricordi dolorosi. Anche io sono cresciuto su un tavolo operatorio, anche io sono una creatura della Scienza. Ma finché gli servo non mi distruggerà, finché svolgerò il mio buon dovere di agente mi lasceranno vivo. Ce ne sono ancora tanti di questi vermi da estirpare, quando staranno per estinguersi mi porrò di nuovo il problema. Per ora devo vivere alla giornata come ho sempre fatto, dopo l’esperimento a cui sono stato sottoposto. È l’unica cosa che puoi fare ormai, il futuro è imprevedibile dopo l’orribile piega che ha preso la società umana. Devo seguire una cosa dopo l’altra, istintivamente, come un animale, anche se intuisco già cosa accadrà.
  Un altro esperimento prenderà vita nella Metropoli per cancellare il mio.
  Se avessi ancora un cuore del tutto umano dovrei disperarmi a questo punto. Ma non ho di queste preoccupazioni. La sopravvivenza al momento, il “qui e ora” è l’unica pulsione che mi spinge nella vita. Mi hanno modificato per questo. Se ho fame, mangio, se ho sete, bevo, se voglio scopare, scopo, se voglio uccidere, uccido.
  No. Non se voglio uccidere. Se devo uccidere. Io uccido solo per dovere. Non posso negare però che la caccia sia divertente, che non mi dia un sottile piacere andare incontro alla morte ogni volta, guardarla in faccia e uscirne vittorioso. È la sfida che mi fa sentire vivo.
  Il mio compiacimento evapora quando la mia attenzione viene attirata da un movimento dietro una delle numerose finestre. Quelle occhiaie cieche sembrano scrutarmi e aguzzo la vista. Niente, forse era solo una sensazione. La luna è alta stasera e una nebbia bianca come gas lacrimogeno soffoca ogni anfratto del giardino dando vita a ombre e movimenti fatui.
  Perlustro l’esterno, tentando di controllare eventuali vie di fuga, per me o per la preda. Tentenno, mi rendo conto di non gradire l’idea di entrare nella villa. Dai rapporti di perlustrazione delle sentinelle meccaniche so cosa mi aspetta dentro. Stanze dentro stanze, prospettive distorte, effetti illusori, scale che si aggrovigliano e non portano da nessuna parte, corridoi sottosopra, finestre che si affacciano sul nulla.
  Questi sono i rischi che comporta dover uccidere un verme geniale di nome Escher.
  L’istinto mi dice che più tempo giro qui intorno e più il mostro può prepararsi, perciò mi decido ad entrare. Proprio come temevo. Non appena mi introduco da una delle finestre al pianterreno, evitando le possibili trappole dell’entrata principale, mi trovo in una stanza cieca e semibuia. Maledico la sorte e mi volto per uscire di nuovo in giardino alla ricerca di un altro accesso quando avverto una vibrazione. Leggero, il tremore s’insinua sotto il pavimento. Mi volto di nuovo e vedo la parete di fronte a me spostarsi e rivelare una porta. Prevedo guai, questo cambiamento ha tutta l’aria di una trappola. Ma non appena penso di girarmi per tornare in giardino dalla finestra, questa è già scomparsa dietro una parete di pietra.
  Non mi resta scelta, percorro la stanza e attraverso la porta guardingo, pronto a reagire ad un attacco. Di fronte a me si apre un lungo corridoio sottosopra, illuminato debolmente. Avanzo tra i lampadari rivolti verso l’alto, che proiettano la mia ombra contro le pareti facendola sembrare un mostro pronto ad assalirmi. Quando sono quasi a metà avverto una nuova vibrazione. Il corridoio inizia a modificarsi, si incrocia con un altro che emerge dall’alto. Il tremore che avverto sembra quello di gigantesche ruote dentate, di leve e molle, e mi viene il sospetto di essere dentro un gigantesco marchingegno. Forse Escher non controlla i movimenti della villa, forse è una creatura che ormai vive di vita propria, un gigantesco giocattolo folle.
  Ai miei lati, il nuovo corridoio presenta diverse porte ma è al buio. Cerco di orientarmi ma gli odori si confondono, l’acido lattico che m’impregna i muscoli sovrasta ogni cosa, non riesco a capire dove sia quel verme e sento un rigurgito di terrore atavico risalire il mio stomaco. Sono un agente, perdio, sono il migliore, so che se mi lascio prendere dal panico lui avrà la meglio. Se lascio libero l’istinto prima di arrivare alla preda sarà come firmare la mia condanna. Smetto di concentrarmi sugli odori e dirotto la mia attenzione sui suoni, forse riuscirò a ricacciare il terrore nel profondo della mia anima se mi appello ai sensi ancora certi di ciò che mi circonda.
  Mi metto in ascolto e odo un leggero ticchettìo, appena percettibile, nella metà di corridoio alla mia sinistra. Ci sono quattro porte da quella parte. Il ticchettìo è debole, lontano, ma non sembra proprio qualcosa di meccanico, piuttosto... zampe. Molte zampe che si muovono in modo coordinato, come quelle di insetti. Solo che questo dev’essere grosso per riuscire ad avvertirlo, davvero grosso.
  Sono preparato, decido di seguire quel suono, meglio cacciare qualcosa che aspettare di essere cacciati. Se è una trappola la distruggerò, e così sarà se si tratta di Escher stesso.
  Escher il vampiro. Uno dei più affamati di aminoacidi che abbia mai visto. Probabilmente la sua follia, la stessa che ha dato vita a quest’architettura, lo spinge a vivere oltre ogni limite.
  L’ultima volta che ho visto una delle sue vittime, prima che lui fuggisse dalla Metropoli rifugiandosi qui, ho dato di stomaco. Quel verme le aveva succhiato quasi un’intera catena ribonucleica, quasi un’intera dannata elica di DNA. Cristo, è orribile vedere come cambiano quelli a cui viene assorbito parte del DNA. Le cellule continuano a replicarsi ma in modo sbagliato perché manca loro il programma completo, hanno solo istruzioni scombinate. La vittima diventa un tumore vivente nel giro di pochi secondi, non avvizzisce né si consuma, semplicemente, il suo corpo si trasforma in un grumo di carne costellato di protuberanze di cui non si capisce il senso né la funzione, gli organi interni seguono la stessa sorte e spesso dànno luogo ad emorragie interne, che nel migliore dei casi uccidono la vittima.
  Nel peggiore la lasciano vivere, ignara del destino di esperimenti e studi che l’aspetta in un laboratorio della Metropoli.
  Come siamo potuti arrivare a questo, me lo domando spesso. La Scienza, mi rispondo ogni volta. Dalla notte dei tempi, la colpa è sempre stata del maledetto positivismo scientifico.
  Ci si è voluti opporre di nuovo alla natura delle cose. Stavolta si è pensato bene di riportare in vita i morti con la genetica. Ma non tutti i morti, no, perché non c’è democrazia nelle azioni umane. I morti illustri, i grandi geni di tutti i tempi, i Mozart, gli Einstein, gli Escher, loro sì che dovevano tornare in vita, il loro DNA sì che meritava d’essere clonato dai loro resti mortali, perché potessero tornare a illuminare il cammino del genere umano. E l’hanno fatto, altroché se l’hanno illuminato il cammino, con una scia di morti tumescenti e aborti viventi. Il DNA clonato era instabile, aveva bisogno di altri aminoacidi per mantenersi, per ripararsi, e i corpi umani di eliche ribonucleiche ne hanno in abbondanza.
  All’inizio il problema era stato sottovalutato. S’era pensato a un virus, nulla che c’entrasse coi redivivi. Ma poi hanno scoperto quelle stranezze nel DNA, o forse hanno sempre saputo che c’erano, hanno sempre saputo cosa stava accadendo, come dicono i più cinici, e lo hanno semplicemente permesso perché faceva comodo così. E non c’è bisogno di scomodare i Servizi Segreti o i Militari. È stata la gente a non volersi preoccupare. Per un bel pezzo della loro misera vita hanno chiuso gli occhi.
  Poi quegli orrori hanno cominciato ad essere troppi per riuscire a chiudere gli occhi e scacciarli dalla mente. Hanno cominciato ad essere troppi per poter essere attribuiti ai soliti abusati serial-killer.
  No, stavolta la Scienza aveva riportato in auge una razza ormai estintasi nel mito: i vampiri.
  E con loro siamo arrivati noi, i nemici atavici usati come agenti immunitari, i nuovi, impuri paladini della purezza. Siamo stati ricreati in laboratorio per dare la caccia ai vampiri, nell’attesa che, debellati loro, tocchi a noi fare da bersaglio dopo.
  Morto un mito, se ne fa un altro.
  I miei ricordi vengono spazzati via dall’odore della paura. Il ticchettìo s’è fatto più vicino. Apro una delle porte e davanti a me si spalanca l’orrore del vuoto di un’apertura sul nulla tenebroso. Ne apro un’altra e mi trovo a percorrere scale che salgono contro la legge di gravità e che portano a stanze racchiuse una dentro l’altra come tante matrijoska.
  Il ticchettìo è sempre vicino, solo che ho l’impressione di essere inseguito, più che di inseguire. Dev’essere lui, ne sono certo. Solo Escher potrebbe muoversi con disinvoltura tra queste folli intersezioni di pietra.
  Continuo a muovermi, una scala dopo l’altra, un corridoio dopo l’altro, una porta dopo l’altra, una stanza dopo l’altra. Lo sento sempre più vicino, ormai sono certo della sua presenza. Cambio tattica e torno sui miei passi, ma lui è sfuggente, impossibile catturarlo se continuo a muovermi, in qualche modo riesce ad avvertirmi.
  È giunto il momento di usare l’astuzia in questo labirinto di follia, sono frustrato, non intravedo possibilità di concludere la caccia continuando così. Fingo di cadere a terra spossato, lasciando trasalire la paura quel tanto che basta perché ne avverta l’odore anche lui. È un gioco di istinti e pulsioni animalesche, di emozioni pure.
  Alla fine, illudendosi che il piano della caccia sia rovesciato come una delle sue stanze, Escher si avvicina ingannato dal mio falso ruolo di preda.
  Lo percepisco, è nascosto sul lato opposto della scala di pietra dove giaccio, apparentemente privo di sensi. Sta per assalirmi, ma mi rialzo fulmineo e scatto verso di lui, sfoderando i miei artigli aguzzi. Credo di averlo in pugno, ma quel verme schizza all’improvviso verso il soffitto sul lato opposto della sala. Rimango per un attimo disorientato e quando mi volto a guardarlo quello che vedo non mi piace per niente.
  Sta attaccato al pavimento divenuto soffitto come un ragno, con quattro zampe chitinose invece di due normali gambe umane. Mi tornano in mente le leggende sui vampiri che si trasformano in lupi e pipistrelli e mi domando se anche quei vampiri ci riuscivano assorbendo DNA.
  Escher ha voluto strafare, il suo istinto di sopravvivenza deve essere forte quasi quanto il mio. Isolato dal genere umano, deve essersi cibato di tonnellate di ragni per riuscire a sviluppare arti del genere, per mutare in questo modo la sua forma, per non morire. Avevo sentito parlare di casi del genere, ma ritenevo fossero un’invenzione degli agenti meno temerari. Invece la realtà è davanti ai miei occhi increduli. DNA umano ibridato con DNA di ragno e chissà quali altri abitanti di questo luogo desolato.
  Cerco di saltargli addosso ma quello mi vomita addosso una poltiglia bianca e appiccicosa dalla bocca deforme che mi aggroviglia e rallenta i miei movimenti, dandogli il tempo di infilarsi in un’apertura nel soffitto, un altro accesso impossibile in questa villa dall’architettura folle.
  Solo ora capisco il senso di una cosa del genere e mi rendo conto che solo un ragno può vivere in un posto del genere, completamente sottosopra, completamente fuori cognizione, e sentirsi a casa.
  Con dei movimenti coordinati riesco a strappare in fretta la tela che m’imprigionava e ad inseguirlo nel suo buco. Grazie agli artigli posso andare dove voglio, anche risalire un corridoio verticale come questo. Arrivo in cima e come mi aggrappo col braccio destro urlo di dolore e rabbia mentre vedo una ruota dentata passarci sopra, tranciandomelo di netto. Grazie al mio sistema ormonale potenziato, una scarica di endorfina mi attutisce il dolore mentre una di adrenalina mi spinge rabbiosamente a continuare.
  Come un animale ferito.
  Una volta fuori del corridoio scopro di trovarmi nel sancta sanctorum, nel centro del giocattolo. Una miriade di ingranaggi girano vorticosamente spostando pareti di pietra e altre cose che non riesco ad identificare. Lui è davanti a me e lo vedo aprire e chiudere quella bocca a ventosa, orribile in confronto alle mie fauci animali, quasi mi stesse pregustando come pasto. Guardo la mia amputazione, perde molto sangue, l’osso è spappolato all’altezza del gomito e brandelli di carne penzolano come stracci dall’avambraccio. Guardo di nuovo Escher con occhi rossi, famelici e ringhio.
  Lui smette di boccheggiare, impugna una leva di metallo tolta da uno degli ingranaggi e cala su di me convinto di potermi finire, per poi succhiarmi il DNA in tranquillità. Non oso pensare a cosa potrebbe diventare se ci riuscisse.
  Non appena mi è addosso lo anticipo scattando fulmineo verso il suo collo, ancora umano, e gli azzanno la gola, tranciandogli l’arteria giugulare. Ha appena il tempo di lanciare un grido arrochito mentre il suo sangue marcio imbratta il mio muso, e poi le forze lo abbandonano. Si accascia a terra privo di vita, è finita.
  Mi guardo intorno, vedo quei giganteschi meccanismi impazziti e provo ad immaginarmi cosa mi aspetterà affrontando Beethoven, il prossimo vampiro condannato a morte. Dovrò ucciderlo saltando su dei giganteschi tasti di pianoforte? Sarà un’occasione per imparare a ballare come Gene Kelly.
  Sorrido, la vittoria mi fa sentire spavaldo. Ho perso un braccio, ma con le mie capacità di rigenerazione nel giro di qualche giorno non sarà più un problema, ricrescerà come nuovo. È anche per questo che mandano noi, licantropi ricreati in laboratorio con DNA ibrido. Gli umani sarebbero spazzati via in un attimo.
  Questo mondo ormai è preda di mostri.
  Mi lecco le ferite, poi esco alla luce della luna, mi accuccio e ululo alle Terre Urbane tutta la mia rabbia, tutta la mia forza, tutta la mia potenza.
  Come un animale.


autore                                    
Giuliano Pistolesi